Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle Grazie edizioni)

23.02.2021

Il titolo, meraviglioso, cattura il lettore, complice la foto di due volti gioiosi, sicuramente madre e figlia che hanno lo stesso sguardo speculare, lo stesso timbro...si somigliano tanto come non sempre accade tra genitori e figli. Dunque, un titolo che apre il cuore ad una lettura che ci si aspetterebbe rassicurante, ampia, luminosa.

La prima sorpresa è rappresentata dall'articolo di giornale datato 10 luglio 1965, un trafiletto: la bimba trovata sul prato di Villa Borghese ha una famiglia, non è più sola al mondo.

Si viene alla luce in molti modi, tutti estranei alla volontà del soggetto che non ha chiesto di esserci: spesso si nasce accompagnati da biglietti di auguri , di presentazione, di introduzione nella cerchia familiare dei genitori. Maria Grazia, invece, atterra sul prato di Villa Borghese e il suo biglietto da visita è il trafiletto della lieta novella: sarà innestata sul tronco di una famiglia generosa, sul corpo di una donna, da quel momento Madre, che la accoglierà , facendola sua per sempre.

Ma è solo l'inizio di un percorso dantesco che trascina il lettore in una immersione rapinosa, irresistibile, tra pagine non riempite, spesso bianche, un corpo morbido su cui si incidono scure le righe del testo come ferite suturate.

La luce degli sguardi della copertina si trasforma in un lampo atomico che polverizza le certezze del più terribile degli amori, quello tra Madremmammavera e Figlia soggetta a tutte le fluttuazioni e agli umori della donna in cui si è radicata abbarbicandosi con un amore assoluto.

Ma il doppione materno incombe sempre e corrode lo spirito di Madre che si ritiene meno donna e meno madre perché incapace di generare figli propri e dubita dell'attaccamento di Maria Grazia e dell'innesto ( come può davvero amarmi se non mi è stata dentro?).

L'autrice compie un miracolo letterario che, aggirando la psicanalisi, sfida gli archetipi, e ha il potere di trovare le parole giuste per dirlo questo rapporto essenziale tra madre e figlia, muovendo con la forza delle parole, questi totem giganteschi, lei bambina, sulla scacchiera enorme della pagina bianca.

Il testo ha struttura affidata a capoversi che sono vere chiavi orientative, per tenere salde le coordinate spazio temporali e non farne una favola.

L'impatto emotivo è potente, come il fungo atomico di Hiroshima o la colonna piroclastica del Vesuvio che sembrano così lontane da chi legge e invece, poi, lo travolgono. Perché la storia di Maria Grazia ci riguarda, parla di noi, dell'indicibile cui solo la grande poesia sa dare le parole.

Lo si legge di un fiato, ma poi si ha bisogno di ruminarlo piano in silenzio, lasciando risuonare le voci dentro che ci parlano, anche quelle che fanno male, e non vorremmo ascoltare.

Le pagine, come schegge, aprono ferite nuove su cicatrici vecchie perché la grande potenza espressiva senza vittimismi erompe dal testo con una forza irresistibile.

Una volta letto il libro ci guarda, sembra emanare di notte, una luminescenza segreta: lo splendore accecante della poesia Di Maria Grazia Calandrone.

Antonella Fucecchi